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Home » Politica Estera » La campagna presidenziale in Egitto e la missione degli osservatori dell’Unione Europea: cosa c’è in ballo?

La campagna presidenziale in Egitto e la missione degli osservatori dell’Unione Europea: cosa c’è in ballo?

Gli egiziani vedranno la bandiera dell'UE vicino ai seggi, ed interpreteranno il simbolo come un gesto di riconoscimento del fatto che la nazione abbia intrapreso un cammino che gode di legittimità internazionale. In questo contesto, l'onere a carico della missione di monitoraggio delle elezioni sarà di scrivere un report solido e credibile.

Renato Giannetti di Renato Giannetti
26 Maggio 2014
in Politica Estera

Il 26 e 27 maggio gli egiziani votano per eleggere il loro prossimo presidente dopo tre anni di tumulti. Dopo la rivoluzione che ha deposto il Presidente Hosni Mubarak nel 2011, la scena è stata occupata dai Fratelli Musulmani, che grazie al grande consenso hanno portato al potere un islamico per la prima volta nella storia dell’Egitto. La Presidenza di Mohammed Morsi ha però avuto breve vita. Il tracollo del processo costituzionale, il governo inetto della Fratellanza e la sua incapacità di mettere in atto una politica democratica hanno portato ad una violenta contro-rivoluzione che ha portato alla deposizione di Morsi, ha rivelato una società fortemente polarizzata e amareggiata, ha portato all’arresto di centinai di affiliati ai Fratelli Musulmani ed ha inaugurato una nuova era di repressione del dissenso in nome della stabilità nazionale.

Abdel Fatah al-Sisi, fino a poco fa a capo dell’esercito egiziano, è emerso in questi tumulti come il prossimo leader carismatico che gode di grandissima popolarità. Con un solo sfidante nella lotta alla presidenza, un’opposizione praticamente resa muta e con i media a favore – per desiderio o per necessità -, probabilmente prenderà percentuali in pieno stile Soviet. In realtà, bisogna dire che avrebbe avuto enorme popolarità anche in un contesto più libero ed equo. Ma avendo rinchiuso gran parte dell’opposizione in centri di detenzione segreti, ha scelto di non correre il rischio di avere elezioni contestate, scegliendo uno stile di campagna tipico del periodo precedente la rivoluzione. Gli Egiziani hanno infatti potuto avere solamente due elezioni multi-partitiche, una nel 2005, nei quali i candidati ‘indipendenti’ si erano affiliati alla candidatura illegale dei Fratelli Musulmani, e l’altra nel 2011, che ha catapultato Morsi al potere.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti non sono stati in grado di rispondere si tumultuosi eventi in Egitto. Per un periodo, l’UE si è baloccata con l’idea che Islam e democrazia fossero alla fin fine, compatibili. Bruxelles ha speso tempo ed energie nel consigliare Morsi sulla necessità di politiche inclusive e di dialogo nel processo costituzionale. La Fratellanza non ha ascoltato. L’Alto Rappresentante dell’UE, Catherine Ashton, era persino riuscita a far visita a Morsi in prigione dopo la sua deposizione nel luglio del 2013. Tutti questi sforzi sono stati vani. Gli Stati Uniti hanno addirittura sospeso gli aiuti (non militari) per qualche tempo, ma nessuno dei due ha descritto gli eventi di quel luglio come un ‘colpo di stato’ – il termine preferito era ‘evento simile ad un colpo di stato’.

Anche l’Unione Europea era in difficoltà su come gestire il rapporto con uno stato grande e strategico, nel quale gli Stati Membri hanno interessi ampi e strategici, e che gioca un ruolo chiave nella stabilità del Medio Oriente e dell’Africa. Molti nelle capitali europee sperano che l’Egitto riesca a stabilizzare la sua situazione interna, per poter essere utile nella lotta internazionale contro il terrorismo e per tenere a freno l’ondata di insurrezioni che si sta diffonde di dall’Afghanistan fino al Mali. Il governo egiziano ha portato avanti un lotta per accattivarsi di nuovo le simpatie dei suoi vecchi amici, e offre garanzie che anche se la ‘democrazia’ è al momento sospesa, il processo di lungo termine è nei piani delle élite politiche.

Al Cairo, il riconoscimento internazionale è importante. È probabile che le elezioni presidenziali rappresentino un passo avanti verso questo tipo di stabilità. Per la prima volta in assoluto in Egitto, l’Unione Europea farà da osservatore a queste elezioni. La domanda è: perché? Non è stata una decisione facile. Dalle rivoluzioni arabe l’Unione Europea è stata in grado di schierare missioni di osservazione in un numero di casi senza precedenti, ed ha consolidato la sua capacità di monitorare le elezioni. La sua valutazione gioca un ruolo importante nella legittimazione del governo vincitore.

All’inizio delle proteste di Maidan in Ucraina, ad esempio, la posizione di Bruxelles era che dato che il Presidente era stato eletto in modo libero ed equo in un contesto monitorato dall’Unione Europea, allora rimaneva l’interlocutore legittimo. La missione di osservazione in Egitto era stata in realtà concordata già nella primavera del 2013, per elezioni parlamentari che non avevano poi avuto luogo. La decisione di continuare nella missione, nonostante i numerosi problemi legati alla sua organizzazione – al suo mandato ed al suo ruolo – è vista come simbolo dell’impegno dell’UE nel confronti della nazione, e della sua capacità di valutare come si sono tenute le elezioni. In questo modo, l’UE avrebbe gli strumenti per criticare il processo elettorale, se fosse il caso. Un piccolo team di analisti è stato schierato già a metà aprile, ed è stato raggiunto da un più grande gruppo di osservatori sul lungo termine alla fine di aprile, dopodiché una missione di 60 persone ha completato il gruppo subito prima della data delle elezioni. Eppure il contesto nel quale hanno luogo le elezioni è già ritenuto non obiettivo e ne si è già parlato a lungo. Il rischio è che la missione, piuttosto che rappresentare uno strumento per permettere all’UE di essere giudice degli standard elettorali, sia una semplice legittimazione dei risultati – che in ogni caso hanno un esito scontato.

Agli occhi dei machiavellici policy maker dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, questo sarebbe forse il risultato migliore. Metterebbe fine al dilemma di come affiancarsi ad un partner strategico che ha fatto passi indietro nel suo tentativo di mettersi su un percorso maggiormente pluralistico. Altri possono dire che se c’è una chance di consolidare i diritti politici in Egitto, allora dovrebbe essere fatta attraverso l’impegno di attori che supportino la democrazia, come l’Unione Europea, piuttosto che isolando una nazione e i suoi cittadini. E al-Sisi è chiaramente destinato a vincere la corsa presidenziale. Eppure, non si può ignorare che gli egiziani vedranno la bandiera dell’UE vicino ai seggi sotto osservazione, ed interpreteranno il simbolo come un gesto di riconoscimento del fatto che la nazione abbia intrapreso un cammino che gode di legittimità internazionale. In questo contesto, l’onere a carico della missione di monitoraggio delle elezioni sarà quello di scrivere un report solido e credibile. Il suo contenuto avrà un ruolo chiave nel determinare il futuro delle relazioni fra l’Egitto e i suoi vecchi partner.

Tags: egittoelezioni presidenzialiosservatori Ue

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