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Home » Politica » Brexit: accordo vicino, ma serve lavoro politico (e legale) di fino

Brexit: accordo vicino, ma serve lavoro politico (e legale) di fino

I punti di disaccordo tra la Gran Bretagna e gli altri Stati membri non sono pochi ma nemmeno insuperabili, il tempo però stringe. Tusk: "Rimaniamo costruttivi"

Letizia Pascale</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LetiziaPascale" target="_blank">@LetiziaPascale</a> di Letizia Pascale @LetiziaPascale
17 Febbraio 2016
in Politica
Cameron Brexit Consiglio europeo

Bruxelles – La sensazione della vigilia è che si tratterà di una lunga notte (a cui si aggiungerà forse pure una lunga mattinata) ma da cui si uscirà con un accordo. Arrivati al summit decisivo che dovrebbe mettere nero su bianco i risultati della lunga maratona negoziale di David Cameron, nessuno Stato membro sembra più avere obiezioni tali da non poter essere superate con una sostanziale, e per alcuni aspetti ancora certamente complicata, discussione politica e con un lavoro di cesello sulla stesura formale. D’altra parte le istituzioni Ue ritengono di essersi già spinte abbastanza oltre per venire incontro al premier britannico e cominciano a mostrare una certa impazienza di chiudere il dossier, mentre Londra, dall’altro lato, ha necessità di stringere i tempi nella speranza di potere tenere il referendum già il prossimo 23 giugno. “Dopo le mie consultazioni nelle ultime ore, devo dire francamente: non c’è ancora nessuna garanzia che si raggiungerà un accordo”, scrive nella lettera di invito ai leader il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Ma a questo punto l’ostentata prudenza suona più come un modo per spingere tutti a “rimanere costruttivi” e non impuntarsi sulle differenze di sensibilità che ancora persistono.

Sospensione del benefit sociali – Quelle più spiccate riguardano, come ormai da settimane, la limitazione dei benefit sociali che Londra vuole imporre per i cittadini di altri Paesi Ue residenti nel Regno Unito. Rispetto alla prima formulazione proposta dal presidente del Consiglio europeo, una seconda bozza di testo elaborata dagli sherpa nei giorni scorsi, già escludeva dalla possibilità di ricorso a questo meccanismo i Paesi che hanno fatto uso dei “periodi di transizione” per limitare l’ingresso di lavoratori stranieri dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007. Ma per alcuni Stati, soprattutto quelli dell’Europa centrale e dell’est, ancora non è abbastanza: la richiesta è quella di una formulazione il più possibile specifica che possa applicarsi solo a Londra per evitare la diffusione della pratica nel resto d’Europa. Ancora tutto da discutere, invece, il problema della durata di questa sospensione dei benefici versati dallo Stato britannico ai cittadini Ue. La Gran Bretagna spinge per sette anni, mentre le posizioni degli altri Paesi oscillano da 4 a 6. E per quanto tempo il meccanismo potrà essere rinnovabile? L’ipotesi su cui diverse capitali sembrano pronte a convergere è di ulteriori 4 anni, che dunque porterebbero il periodo di sospensione possibile complessivo dagli 8 ai 10 anni. Ma sulle durate la discussione si preannuncia accesa. Il tema non crea particolari problemi all’Italia visto che, secondo le valutazioni effettuate da Roma e da Londra, gli italiani residenti nel Regno Unito non fanno un ampio ricorso ai benefit sociali e dunque gli interessi italiani non sarebbero pregiudicati.

Benefit per i figli all’estero – Sempre in tema di welfare, a creare non pochi problemi è anche il punto che concede a Londra la possibilità di indicizzare i benefit che i lavoratori europei residenti nel Regno Unito possono ricevere per i figli all’estero al costo della vita in quel Paese. In questo caso si dovrebbe andare verso un meccanismo non più specifico solo per il Regno Unito, ma aperto a tutti i Paesi, su base volontaria. Il Regno Unito vorrebbe potere applicare la limitazione a tutti i cittadini Ue con figli all’estero già presenti sul suo territorio ma il tema costituisce un problema non da poco per diversi Paesi, soprattutto dell’Est. La Polonia, ad esempio, fa presente che sarebbero toccati 500mila bambini in tutta l’Unione di cui ben 100mila polacchi. La richiesta per cui il fronte dell’est spingerà domani è dunque di limitare la possibilità soltanto ai nuovi arrivi, idea che a Londra non piace per niente e su cui sicuramente gli animi si scalderanno. Non crea invece particolari problemi ai britannici la specifica, già inserita nella seconda bozza di testo, secondo cui l’indicizzazione si applicherà solo agli assegni per i figli e non, ad esempio, alle pensioni di anzianità.

La governance economica – Altro tema caldo sarà poi quello della governance economica. Il Regno Unito spinge per fare passare il principio che le regole bancarie debbano essere applicate “in modo più uniforme” per gli Stati membri dell’Eurozona rispetto agli Stati che non ne fanno parte. Si tratterebbe di una deroga importante all’idea Ue secondo cui deve esistere un unico set di regole a livello europeo per i servizi finanziari. Ma l’idea non piace ad alcuni, in particolare alla Francia, contraria all’idea che Londra possa disporre di regole meno stringenti pur avendo accesso al mercato interno. Parigi vuole anche rassicurazioni sul fatto che i Paesi fuori dalla zona euro non abbiano diritto di veto sull’integrazione dei Paesi dell’Area euro, e il punto è sostenuto anche dalla maggior parte degli altri Stati e con particolare vigore dal Belgio.

“Un’Unione sempre più integrata” – Sul tavolo ci sarà poi anche quella che si è trasformata in una sorta di discussione filosofica da cui però non si riesce ad uscire: quella sulla definizione dell’Ue come una “unione sempre più integrata”. Il tema qui, più che concreto, è strettamente politico: Cameron vuole sia messo nero su bianco che i Ventotto non sono obbligati a muoversi tutti verso una maggiore integrazione ma ad altri (Belgio, Olanda, Lussemburgo, Spagna nonché la stessa Italia) non piace affatto l’idea che Londra si possa immischiare di quello che non la riguarda e vogliono che dalla formulazione finale risulti chiaro che il Regno Unito non può mettere bocca nel processo di integrazione altrui. Qui tutto si giocherà sulle parole, per tentare di arrivare, spiegano fonti diplomatiche, ad una formulazione alla Magritte, che chiarisca che non si parla di una pipa, pur indicando una pipa.

La futura modifica dei Trattati – Ultimo punto su cui potrebbero sorgere discussioni è la futura modifica dei Trattati. Attualmente il tema non è all’ordine del giorno, ma la bozza di accordo fa riferimento a questa futura possibilità in due punti. L’idea britannica è che alla prossima “apertura” dei Trattati per altre modifiche, i temi che oggi vengono fatti passare tramite un accordo intergovernativo entrino a fare parte del testo. Ma anche su questo punto non tutti sono concordi e in particolare Parigi è pronta a dare battaglia.

Tags: brexitcameronconsiglio europeoGran BretagnaRegno UnitotuskUe

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