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Home » Non categorizzato » Il malessere senza nome degli Americani

Il malessere senza nome degli Americani

Secondo la Federal Reserve quasi la metà degli americani, a fronte della necessità improvvisa e non prevista di 400 dollari, sarebbero costretti a chiederli in prestito o a vendere qualcosa

Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
26 Aprile 2016
in Non categorizzato
Usa2016, classe media

Immagine tratta da http://www.thegwpf.com/green-policies-u-s-middle-class-turning-proletarian/

Una ormai ex classe media non si riconosce e non si capisce più con il quasi ex presidente, mentre politici e banchieri sono nel mirino sia di Trump che di Sanders con Hillary che cerca la continuità, ma anche la discontinuità.

Chi ha ragione? Il miliardario mago degli investimenti Warren Buffet quando afferma che gli americani non sono mai stati così bene? O il candidato repubblicano Donald Trump secondo cui invece la middle class non è mai stata tanto tartassata e depressa, nell’indifferenza totale dell’establishment? Buffet è un supporter dichiarato di Hillary Clinton, mentre gli argomenti e il programma di Trump somigliano stranamente e paradossalmente a quelli di Bernie Sanders, che non ha ancora gettato la spugna nella corsa per la candidatura democratica.

Tra i punti che hanno in comune c’è, ad esempio, la dichiarazione di guerra ai bonus milionari dei banchieri di Wall Street. Oppure l’idea di un sistema di tariffe e dazi che protegga i prodotti e il lavoro americano dalla concorrenza asiatica. Oppure l’idea che tassare di più i ricchi non sia una bestemmia. Su molte altre cose Trump e Sanders sono agli antipodi, ma la loro ascesa contro ogni previsione segnala sicuramente un malessere completamente nuovo per gli americani.

Un malessere cifrato da un recente rapporto della Federal Reserve che monitora lo status economico e finanziario dei consumatori americani, e che a un certo punto afferma che il 47% degli interpellati dichiara di non essere in grado di sostenere un’emergenza finanziaria di 400 dollari. In altre parole, quasi la metà degli americani, a fronte della necessità improvvisa e non prevista di 400 dollari sarebbero costretti a chiederli in prestito o a vendere qualcosa. Come è possibile? Per trovare la risposta bisogna affrontare la lunga lettura di Neal Gabler su The Atlantic dal titolo “la vergogna segreta della middle class americana”. The Atlantic è una delle riviste più prestigiose degli Stati Uniti e Gabler è un giornalista noto e affermato: autore e conduttore televisivo, autore di sceneggiature cinematografiche di successo, scrittore di libri ben venduti. Insomma, middle class e forse anche qualcosa di più. L’articolo comincia con una ammissione: io sono in quel 47%. E il titolo dice già tutto quello che segue, che costituisce in pratica l’autobiografia del sogno americano spezzato da otto anni, ma forse anche qualcuno in più, di crisi.

Usa2016, classe media
Neal Gabler

Gabler cerca la risposta del come è finito in quel 47% nella sua storia personale, nei suoi comportamenti e nei suoi errori: una scuola troppo cara per le due figlie, una casa in cooperativa a Brooklin comprata nel momento sbagliato e venduta per necessità in uno ancora più sbagliato, aver speso gli anticipi per libri che doveva ancora scrivere e trovarsi a onorare l’impegno senza i soldi per fare la spesa, etc etc etc. Un lungo atto di auto-accusa perfettamente in linea con l’ideologia del sogno americano: i soldi sono il premio di un buon comportamento, se ti comporti male non puoi prendertela che con te stesso. Ma è possibile che la metà degli americani si siano comportati male e ora debbano pagare il conto? Analizzando il comportamento di Gabler secondo il suo stesso racconto la conclusione a cui si arriva non è che si è comportato male, ha semplicemente seguito alla lettera il sogno americano, ha scommesso sul futuro, ha fatto affidamento sul suo talento riconosciuto, ha pensato che le cose vanno peggio ma poi vanno meglio, ha voluto – e speso per – un futuro migliore per le sue figlie, ha cercato di non farsi sorpassare dai Jones, un’espressione che da sempre racchiude il meglio e il peggio del sogno americano.

A cui evidentemente crede ancora, perché non se la prende con i politici che dagli anni 90 in poi hanno incoraggiato le banche e le istituzioni finanziarie a concedere prestiti e mutui anche quando il buonsenso lo sconsigliava, e non se la prende neanche con le banche e le istituzioni finanziarie che hanno seguito, pur sapendo che in economia prima o poi bisogna tirare una riga e far tornare i conti. Uno dei motivi per cui quasi la metà degli americani non ha 400 dollari da tirar fuori per far fronte a un’emergenza è che in moltissimi – qui non ci sono dati della Fed da citare – stanno ancora rientrando del debito accumulato, tra mutui, carte di debito, finanziamenti personali, fino al 2008, quando tutto è saltato. Hanno ancora abbastanza fiducia nel sistema, ma il sistema sembra non avere fiducia in loro.

Ha immaginato vie d’uscita rischiose e coraggiose per le grandi corporation, per le grandi banche e assicurazioni, ha raddrizzato l’economia nel suo insieme, ma ha fatto molto poco per i singoli. Soprattutto non ha spiegato che la musica era cambiata, e quello che aveva funzionato per sessant’anni non funzionava più.

Trump e Sanders, da sponde opposte, interpretano un sentimento autentico, ma propongono strade opposte. Il primo vuol rilanciare un capitalismo autenticamente americano e far rivivere il sogno nella sua versione originale, il secondo vuol correggere radicalmente il sistema iniettando dosi di socialismo nella patria del capitalismo. Hillary si capisce di meno, sembra volere la botte piena e la moglie ubriaca. Vuol essere l’erede di Obama (e anche di Bill) per proseguirne le politiche, ma non vuole però essere identificata in un presidente nel quale gli americani si riconoscono sempre di meno.

Qualche giorno fa, intervistato dalla managing editor di Yahoo Finance Sam Ro, il presidente ha detto che l’economia non è mai andata così bene come sta andando da anni, ma gli americani non lo vedono perché sono ancora traumatizzati dalla crisi. Forse è una questione di punti di vista. In coda all’intervista c’erano quasi 4.000 commenti lasciati dai lettori. Non li ho letti tutti, sono andato avanti per 10 pagine, e non ne ho trovato uno solo dalla parte di Obama. Il presidente è appena tornato da un giro in Europa accolto come un grande leader in Gran Bretagna e Germania, piace agli europei ma non agli americani. E’ arrivato tra aspettative altissime e se ne va tra delusioni cocenti, siano o meno giustificate.

Chiunque arrivi dopo sarà costretto a dare un segno di forte cambiamento. E questo sarà probabilmente il suo rischio, e quello degli americani.

Tags: classe mediaclintonObamaSandersTrumpUsa2016

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