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Home » Politica » Bordo (Pd): “Le parole di Juncker ora si trasformino in fatti”

Bordo (Pd): “Le parole di Juncker ora si trasformino in fatti”

Intervista al presidente della commissione politiche Ue di Montecitorio, che registra l’apertura sulla flessibilità e invita i governi Ue a non perseguire solo gli interessi elettorali ma a costruire una maggiore unità

Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
14 Settembre 2016
in Politica
festa Europa

Roma – Del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato stamattina dal presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, “mi ha colpito la consapevolezza del momento drammatico che vive l’Ue: oggi, o l’Europa ripensa al suo ruolo e i Paesi membri a come ritrovare una missione unitaria, oppure rischia di non esserci futuro per l’Unione europea”. Poche ore dopo l’intervento del capo dell’esecutivo comunitario a Strasburgo, il presidente della commissione politiche Ue di Montecitorio, Michele Bordo, traccia le proprie valutazioni rispetto ai temi trattati. Esprime apprezzamento per la “flessibilità intelligente” e le altre proposte presentate da Juncker, e adesso “è necessario che le sue parole si trasformino in fatti, non solo grazie all’azione della Commissione europea, ma anche grazie a quella dei Paesi membri”.

Michele Bordo, presidente comm. Politiche Ue Camera
Michele Bordo, presidente comm. Politiche Ue Camera

Presidente Bordo, Juncker ha parlato di raddoppio del piano europeo per gli investimenti. È ciò che serve per rilanciare la crescita?

L’annuncio circa l’estensione del Piano Juncker, sia in termini temporali che di risorse, è importante. In un anno e mezzo il piano ha prodotto circa 150 miliardi di investimenti e l’obbiettivo è di arrivare a 500 miliardi entro il 2020, con l’impegno a fare anche di più grazie all’aiuto degli Stati membri. In Europa c’è bisogno di investimenti e il Piano Juncker è un modello che sta funzionando.

Il capo della Commissione ha detto che il patto di Stabilità non può diventare di flessibilità, ma ha ribadito la necessità di una “flessibilità intelligente”. Un colpo al cerchio che accontenta Merkel e uno alla botte che soddisfa Renzi. Per il nostro governo è più complicata la partita sulle regole di bilancio dopo le elezioni in Germania che suggeriscono rigore alla cancelliera?

Se fino a oggi l’Ue ha avuto i problemi che conosciamo è proprio perché i governi hanno guardato più all’interesse nazionale e alle aspettative elettorali che non al disegno strategico sul quale l’Europa è stata pensata. In ogni caso, rispetto alla flessibilità nessuno ci ha concesso nulla. Abbiamo avuto ciò che ci spettava come Paese che in questi anni ha rispettato il Patto di stabilità, ha fatto le riforme. In prospettiva non chiediamo più flessibilità ma il riconoscimento di alcune questioni dalle quali a nostro avviso non si può prescindere.

Quali?

Ad esempio che se in italia si investe per la prevenzione del rischio sismico o di altre catastrofi naturali, la spesa per questi investimenti venga scomputata ai fini del rispetto del Patto di stabilità. Lo stesso deve valere per la quota di cofinanziamento nazionale legato all’utilizzo dei fondi europei. Non mi pare che questo significhi chiedere cose assurde. Stiamo chiedendo cose di buon senso alle quali è giusto che Bruxelles risponda non in modo burocratico.

Un pilastro sociale europeo, un quartier generale comune per la difesa, un ministro degli Esteri dell’Ue: elementi su cui Juncker punta molto perché realizzarli vorrebbe dire avere l’Unione politica. Quale è tra questi il più urgente?

Penso che in Europa ci voglia intanto più solidarietà. Serve un’Europa che si occupi un po’ meno di parametri e di più della vita delle persone. Se riuscissimo a realizzare un salario uguale per tutti i cittadini europei a parità di lavoro prestato, come indicava Juncker, sarebbe straordinario. Vorrebbe dire avere la stessa tassazione, creare un bilancio europeo più solido di quello attuale, pensare a un ministro del Bilancio europeo che non sia il semplice guardiano dei conti ma abbia capacità di intervenire favorendo investimenti e correggendo i problemi di alcuni paesi in difficoltà. Se vogliamo rilanciare l’Ue, questo è un punto su cui lavorare. Allo stesso modo serve una difesa comune e una politica estera comune. Stiamo parlando ormai da mesi di come costruire un contingente comune che avrà il compito di presidiare le nostre coste, di come condividere informazioni di intelligence, del fatto che ci sono dossier di fronte ai quali l’Ue dovrebbe avere una posizione comune e invece va in ordine sparso. Su tutto ciò, purtroppo, ancora non vedo grossi passi avanti.

È ragionevole aspettarseli dal Vertice dei capi di Stato e di governo di venerdìprossimo, a Bratislava, o sarà l’ennesima foto di gruppo, per giunta con un membro in meno?

Se si facessero meno vertici, formali o informali, e più incontri dove effettivamente si decide si supererebbe uno dei limiti dell’attuale Unione europea. Spesso la decisione viene rimandata a un vertice successivo e si fa fatica a spiegare ai cittadini cosa si è deciso, qual è il successo ottenuto dall’incontro. Questo non è più il tempo delle fotografie di gruppo, è il tempo di prendere le decisioni su alcune questioni urgenti.

Quali sono le priorità?

La prima è la Brexit. Non possiamo continuare con questa incertezza. Il primo passo formale spetta ai britannici, ma visto che non hanno intenzione di cambiare idea rispetto alla decisione presa dal popolo con il referendum, e aggiungo giustamente, forse vanno spinti e sollecitati a muoversi quanto prima, per evitare che questa situazione di incertezza possa protrarsi ancora a lungo. Secondo, su alcune crisi importanti c’è bisogno di assumere una posizione comune: la Siria e la Libia su tutte, che poi sono una causa dei flussi migratori verso l’Ue. Anche qui c’è bisogno di concordare una linea comune che sia quella espressa da un ministro degli esteri europei.

Tags: intervistajunckerMichele Bordostato dell'unione

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