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Home » Editoriali » Il 2017 potrà segnare il vertice della parabola populista

Il 2017 potrà segnare il vertice della parabola populista

Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
24 Aprile 2017
in Editoriali
populisti, elezioni, Francia

E se la grande sbornia populista stesse passando? Questo 2017, che in tanti temevamo potesse essere l’anno della presa del potere delle forze anti-europee e nazionaliste, non si è aperto così male per chi crede nell’Unione. Le elezioni olandesi di poche settimane fa non hanno segnato un passo avanti di Geert Wilders tale da portarlo al governo. Il primo turno delle presidenziali francesi è stato deludente per Marine Le Pen, che è sì passata al secondo turno, ma non è la candidata più votata e solo di poco si è staccata da François Fillon, il candidato della destra tradizionale. A vincere questa prima parte del voto è stato invece un candidato che dell’integrazione europea ha fatto la sua battaglia. In Germania si voterà tra alcuni mesi, molte cose possono ancora accadere, ma al momento non c’è ragione di pensare che le due forze tradizionali non saranno largamente in testa, forse destinate ad una nuova coabitazione, ma di certo molto più solide di un partito anti-europeo, l’Afd, che si sta sbriciolando dall’interno.

Non si può ipotecare il futuro, ma al momento nulla fa pensare che Marine Le Pen possa vincere le presidenziali, o che in Germania ci sarà un terremoto. L’anno prossimo toccherà all’Italia, tra i grandi Paesi, e lì le cose non sono chiarissime, ma se il Movimento 5 stelle continuerà ad essere coerente con il suo assunto che “o da soli al governo o con nessuno”, è davvero difficile pensare che Beppe Grillo e i suoi possano conquistare palazzo Chigi. Anche perché nelle scelte elettorali, in qualche misura, influisce anche quel che si vede accadere all’estero.

Dunque il 2017 potrebbe essere l’anno della svolta, quello nel quale la parabola populista si ripiega, complice anche qualche risposta positiva alla crisi economica che inizia ad arrivare, almeno in alcune aree dell’Europa. Forse anche il batti e ribatti degli europeisti, come questo giornale, che da soli non si può andare da nessuna parte in un modo così grande, comincia ad avere qualche successo, dopo anni nei quali sembrava poter prevalere una sorta di nuova autarchia. E però non è che si tornerà alla restaurazione, come si fece dopo la battaglia di Waterloo. No, non è più il tempo delle vecchie forze politiche. Questo, comunque, è chiaro. Il futuro è nelle mani di donne e uomini ‘nuovi’, o almeno percepiti come tali. Però molti dei valori difesi dalle forze politiche tradizionali sono rimasti in piedi tra i cittadini, e lo dimostra il successo della battaglia europeista di Emmanuel Macron o del tedesco Martin Schulz, anch’egli, almeno per ora, premiato da un consenso crescente. 

Il terrorismo fa ancora paura, ma sempre meno può essere sconsideratamente usato come strumento per parlare alla pancia degli elettori. La purtroppo lunga durata del fenomeno in questa nuova stagione sta consentendo ai cittadini di capire che il terrore molto spesso, quasi sempre, non viene da fuori, ma a colpire sono i nostri vicini di casa, e dunque chiudere le frontiere o espellere i nuovi venuti non serve a niente. Servono politiche più complesse, più credibili, che le forze populiste non sanno elaborare e dunque proporre agli elettori, che pian piano comprendono meglio il fenomeno e gli strumenti necessari per combatterlo.

I grandi sconfitti, più ancora dei populisti al momento, sono però i socialisti europei. Quelli hanno ancora qualcosa da sperare, questi non hanno spesso più niente da perdere. A parte la totale incapacità propositiva mostrata da quelli britannici, che oramai consideriamo fuori dall’Unione (e che se continuano così saranno in gran parte anche fuori dal loro parlamento) anche in Francia, Spagna e Olanda sono stati spazzati via quasi totalmente. Dopo aver governato o conteso la guida dei loro Paesi con percentuali almeno del 20 per cento (ma anche sul 40) ora sono ridotti al lumicino un po’ ovunque. I popolari stanno reggendo meglio, anche se non sempre. E’ chiaro però che molto spesso le forze tradizionali non hanno più la capacità di rispondere alle sfide presenti. La loro risposta è stata diversa Paese per Paese: dove si sono appiattite sui populisti, dove sulle politiche di austerità, dove semplicemente la loro classe dirigente non si è accorta di quel che stava accadendo. I popolari sono stati molto più attenti, ma soprattutto molto più compatti a livello interno ed europeo. Hanno saputo meglio e in maniera più unita affrontare le difficoltà, hanno evitato risse interne, anche se non sempre ce l’hanno fatta, anche se raramente hanno offerto nuove idee.

Tra quindici giorni si voterà di nuovo in Francia, e poi ancora tra alcune settimane per il parlamento. A quel punto il quadro sarà più chiaro e le indicazioni per i partiti degli altri Paesi più esplicite. Sarà un anno interessante. Anche per scoprire che Europa hanno in mente questi nuovi leader, se confermati dal voto, come Macron e Schulz.

Tags: elezionifranciagermaniapopulistipresidenziali

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