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Home » Economia » ANALISI/ Imu e correzioni per lo 0,6% di Pil, gli obiettivi che l’Italia non rispetterà

ANALISI/ Imu e correzioni per lo 0,6% di Pil, gli obiettivi che l’Italia non rispetterà

Situazione politica e trattati non consentono di reintrodurre la tassa sulla prima casa per i più ricchi, e sule correzioni strutturali incidono più fattori. Fondamentale l'attuazione delle riforme

Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
22 Maggio 2017
in Economia

Bruxelles – La vera partita sui conti inizia adesso. Archiviato il documento di economia e finanzia (Def) e incassato il via libera della Commissione europea sulla manovrina correttiva, adesso l’Italia può concentrarsi sulla legge di bilancio per il 2018, l’anno su cui si focalizzano le raccomandazioni economiche e finanziarie adottate oggi dall’esecutivo comunitario. La riforma delle governance europea fa sì che le raccomandazioni non si riferiscano più a due anni, ma a uno soltanto. Entro il la fine dell’anno in corso l’Italia deve dare seguito più possibile alle raccomandazioni del 2016, ma quelle nuove, quelle di oggi per intenderci, impongono misure importanti. La correzione strutturale del deficit richiesta per il 2018 è pari allo 0,6% del Prodotto interno lordo. “Troppo”, sostengono dall’Italia. E non è che una parte dallo sforzo richiesto, poiché l’esecutivo comunitario considera un deterioramento dei conti nazionali dello 0,3%, il che vorrebbe dire misure di correzione complessive pari allo 0,9% del Pil. Vuol dire circa 15,3 miliardi di euro. Non poco in effetti.

C’è poi la questione Imu. Fuori discussione secondo il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ma che l’esecutivo comunitario ritiene fondamentale. La giustificazione? “Il sistema fiscale dell’Italia non sostiene la crescita economica”, si legge nella raccomandazioni pubblicate oggi. Si chiede di spostare il cuneo fiscale dal lavoro e dalla produzione a consumi e proprietà. Dunque si faccia pagare la tassa sulla casa dei più ricchi. Uno scenario che non si concretizzerà. In Italia si guarda alle elezioni: che si tengano nel 2017 o nel 2018 non fa alcuna differenza, perché nel Paese tutti sono di fatto in campagna elettorale, e nessuno si impegna ad aumentare le tasse in campagna elettorale. Poi c’è la ragione addotta da Padoan: l’Imu sulla prima casa è stata eliminata da poco, e ripristinarla sarebbe qualcosa di difficile da spiegare agli italiani. Se poi si vuole davvero avviare il ragionamento, cosa vuol dire “famiglie col reddito più alto”? Un nodo non solo contabile, ma politico. E poi da trattati, le tasse restano una competenza esclusiva degli Stati membri. Difficile capire fino a che punto si possa obbligare l’Italia a eseguire questa richiesta.

Quel che per l’Italia conta è che adesso ci si può concentrare sul progetto di legge di bilancio, da presentare al più tardi entro il 15 ottobre prossimo. Ci sono margini di manovra, al netto delle richieste che appaiono eccessive (Imu) e dei numeri considerati troppo elevati (0,6% di Pil di correzione). Alla fine l’impresa sarà meno titanica del previsto. Non semplice, certo, ma neppure così tanto difficile. La Commissione europea tende ad avere stime di crescita e correzione inferiori a quelle dell’Istat e del governo. E poi ci sono i fattori rilevanti, quelli per cui si può ottenere in sostanza flessibilità, soprattutto politica. A Bruxelles si considera l’Italia il nuovo banco di prova politico dell’Ue: si vuole scongiurare l’ascesa del Movimento 5 Stelle, e privilegiare il rapporto con le forze pro-europeiste. E’ credibile immaginare che la Commissione possa essere pronta ad “accontentarsi” di aggiustamenti inferiori allo 0,6% del Pil. A patto che l’Italia acceleri con le riforme. Flessibilità sui conti in cambio di riforme è stato il patto non scritto siglato tra Roma e Bruxelles in questi anni. E sembra che continui a valere.

Tags: 2018economiaeurozonaimuitaliamanovraUe

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