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Home » Politica Estera » L’Ue interviene nella crisi in Myanmar: “No a deportazioni dei rohingya”

L’Ue interviene nella crisi in Myanmar: “No a deportazioni dei rohingya”

Molti appartenenti alla minoranza musulmana continuano a lasciare il Paese per cercare rifugio in Bangladesh, anche se il governo birmano nega persecuzioni

Giulia Giacobini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@GiuliaGiacobini" target="_blank">@GiuliaGiacobini</a> di Giulia Giacobini @GiuliaGiacobini
5 Settembre 2017
in Politica Estera
Rohingya refugees from Myanmar sit on a boat as they try to get into Bangladesh in Teknaf June 13, 2012. The UN Refugee Office (UNHCR) has called on Bangladesh to keep its borders open given the rapid escalation of violence in the northern Rakhine State of Myanmar, UN spokesman Martin Nesirky told reporters on Tuesday. REUTERS/Andrew Biraj (BANGLADESH - Tags: SOCIETY IMMIGRATION CIVIL UNREST) TEMPLATE OUT

Rohingya refugees from Myanmar sit on a boat as they try to get into Bangladesh in Teknaf June 13, 2012. The UN Refugee Office (UNHCR) has called on Bangladesh to keep its borders open given the rapid escalation of violence in the northern Rakhine State of Myanmar, UN spokesman Martin Nesirky told reporters on Tuesday. REUTERS/Andrew Biraj (BANGLADESH - Tags: SOCIETY IMMIGRATION CIVIL UNREST) TEMPLATE OUT

Bruxelles – Non migliora la situazione dei rohingya, la minoranza musulmana perseguitata in Myanmar. Il 5 Settembre il commissario per gli Aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides ha rinnovato a distanza di quattro mesi dal lancio di un fondo umanitario europeo, l’appello a tutte le parti interessate affinché allentino la tensione nel Paese ed osservino i diritti umani internazionali. Stylianides si è espresso soprattutto contro la deportazione dei civili. “Molte persone cercano di scappare dalle violenze oltrepassando il confine del Bangladesh. Queste persone non devono essere mandate indietro o deportate”, ha detto il commissario rinnovando la sua gratitudine alle autorità bengalesi che “sono cruciali fino a che la situazione nello stato del Rakhine non si stabilizza”. l’Esponente dell’esecutivo comunitario ha inoltre chiesto “accesso illimitato” agli operatori che forniscono assistenza alle “350.000 persone vulnerabili nello Stato di Rakhine”.

Secondo Humans Rights Watch, i rohingya, pari a circa un milione di abitanti sui quattro totali dell’area, vivono in un regime di apartheid senza cibo e senza acqua. La regione è sempre stata la più povera del Myanmar, ma le condizioni dei rohingya, mai riconosciuti ufficialmente come una minoranza e spesso soggetti ad attacchi da parte dei buddisti, sono peggiorate con la repressione lanciata dal presidente Thein Sein nel 2011. Da allora, centinaia di persone sono morte in quella che, secondo alcune Ong, sarebbe una pulizia etnica, anche se il governo ha sempre respinto le accuse. Quella nel Rakihne, sostengono le autorità locali, è una campagna contro i terroristi islamici, non contro la minoranza musulamana dei rohingya.

La giustificazione non convince la comunità internazionale, che rimprovera alla leader birmana, Aung San Suu Kyi, di rimanere in silenzio nonostante nel Paese vengano perpetrati abusi simili a quelli da lei stessa combattuti per anni. Dopo il discorso di Papa Francesco, il 4 Settembre scorso, anche Malala Yousafzai, Nobel per la Pace nel 2014, ha deciso di farsi sentire. “Negli ultimi anni ho più volte condannato questo tragico e vergognoso trattamento, e mi aspetto che la mia collega Premio Nobel, Aung San Suu Kyi, faccia lo stesso”, ha twittato la giovane attivista pachistana sopravvissuta nel 2012 a un attacco dei talebani che volevano impedirle di andare a scuola. “Il mondo sta aspettando e i Rohingya stanno aspettando”.

 

Tags: Aung San Suu KyibirmaniaMalalaMyanmarpersecuzioneprofughiRifugiatiRohingyaterroristi islamici

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