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Home » Economia » Padoan: Fondo monetario europeo non privilegi il metodo intergovernativo

Padoan: Fondo monetario europeo non privilegi il metodo intergovernativo

Il ministro al forum di Febaf accoglie positivamente il pacchetto di riforme economiche presentato dalla Commissione Ue, ma pone dei paletti. L’Unione bancaria non sia “una scusa per non fare altro”

Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
15 Dicembre 2017
in Economia

Roma – Nel dibattito sulla trasformazione dell’Esm (Meccanismo europeo di stabilità) in Emf (Fondo monetario europeo) si discute se il nuovo organismo “debba avere dimensione intergovernativa o comunitaria. La posizione del governo è che la dimensione comunitaria non può essere indebolita”. È il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, intervenendo al Rome investment Forum organizzato da Febaf, a illustrare le posizioni dell’esecutivo italiano in merito alle proposte di riforma dalla Commissione europea in ambito economico. “Un pacchetto ambizioso che va nella direzione giusta”, indica Padoan, ma nel quale, oltre a “molte cose condivisibili ci sono anche cose che avrei voluto vedere e non ci sono”.

Si riferisce ai “beni pubblici europei”, il ministro, ovvero “quelle sfide che sono di natura europea quasi per definizione e che per altrettanta definizione richiedono una soluzione europea: immigrazione, sicurezza, un ragionamento sulla difesa comune, un approccio europeo e globale agli investimenti, alla ricerca, alla crescita”. Tutti ambiti per i quali serve un bilancio comune all’altezza, avverte il ministro pur rifiutandosi di dire “quanto debba essere l’entità” del budget europeo, né precisando come vadano reperite le risorse.

Un altro “aspetto che sta particolarmente a cuore al governo”, sottolinea il numero uno di Via XX Settembre, “è il meccanismo di stabilizzazione comune” che, indica, “potrebbe essere destinato a fornire un’assicurazione anticiclica sulla disoccupazione”, e affiancato da un ulteriore misura volta alla “stabilizzazione degli investimenti, che com’è noto sono la prima vittima di fasi o azioni di aggiustamento di bilancio”.

Attuare queste misure “richiederebbe meccanismi di finanziamento, che evitino una ‘permanent tranfer union’ (unione di trasferimenti permanente, ndr) temuta dai nostri amici dell’Europa del Nord”, precisa Padoan assicurando che “ci sono strumenti tecnici, giuridici e istituzionali” per evitare “questo problema, che è tecnico ma anche fonte di diversità politiche”.

L’esponente dell’esecutivo ammonisce poi i suoi colleghi europei sul completamento dell’Unione bancaria “messa sempre al primo posto nella road map” della maggiore integrazione europea. Indicarla come una priorità “non deve essere una scusa per non fare altro”, avverte Padoan, perché questo “non aiuterebbe a riconquistare l’entusiasmo dei cittadini verso le istituzioni”.

In ogni caso, nella disputa tra chi vorrebbe completare l’unione bancaria dando priorità alla condivisione del rischio e chi vorrebbe privilegiarne la riduzione, Padoan assicura che “nessun paese più di noi desidera ridurre il rischio rimanente nel sistema bancario” e di farlo “a una velocità soddisfacente”. E “nessuno desidera più di noi ridurre il debito” pubblico. “Non c’è nessuna scusa per non fare quello che va fatto”, insiste, ma “il tema è in che modo una strategia europea e nazionale che combini contemporaneamente misure di condivisione e di riduzione del rischio possa essere implementato”.

In chiusura del suo intervento, il titolare dell’Economia coglie l’occasione per ribadire la propria criticità verso le nuove regole per la gestione dei crediti deteriorati che la Vigilanza unica della Bce vorrebbe introdurre da gennaio prossimo. Non le cita espressamente, Padoan, ma definisce “non accettabile l’idea che certi strumenti per la riduzione del rischio possano essere resi più efficienti da vincoli meccanici”. Così, mette in guardia, “misure pensate per ridurre il rischio rischierebbero di aumentarlo e di innescare meccanismi di mercato che possono essere estremamente pericolosi”.

A invocare azioni rapide, tanto da parte dell’Italia quanto dell’Ue, è il presidente di Febaf Luigi Abete. In apertura del forum, il numero uno dell’associazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza indica che “Unione europea e Italia devono accelerare, rispettivamente, su riforme e investimenti”. Secondo Abete, “a Bruxelles serve un cambio di passo per ridare identità all’Unione e fiducia agli europei, completando i processi avviati, a cominciare dall’Unione bancaria e dall’Unione dei mercati dei capitali”.

Quanto all’Italia, prosegue, “stiamo lavorando come federazione per realizzare condizioni di rilancio degli investimenti e per favorire la crescita e la capitalizzazione delle imprese”. Su questo terreno, prevede, “la prossima legislatura sarà decisiva per una ripresa degli investimenti pubblici e privati e dovrà mettere al centro del suo programma la finanza per la crescita”.

A Puntare sulla necessità di maggiori investimenti è anche la Silvie Goulard, eurodeputata ed ex ministra della Difesa francese. “Il piano Juncker è stato un cambiamento dopo la Commissione Barroso”, riconosce, “ma bisogna tornare a investire di più”. L’esponente del gruppo Alde a Strasburgo ha idee precise anche sul bilancio europeo, che “non deve mettere in comune il debito nazionale del passato”, e chiede chiarezza sul ministro delle Finanze europeo, che “non si capisce se deve guardare con neutralità i bilanci nazionali o se deve essere uno che fa un lavoro di squadra per mettere gli europei insieme”.

Tags: abetebancheeconomicaefmESMeuropeoFeBAFfondo monetarioforumgoulardgovernanceinvestimentimeccanismo europeo di stabilitàmeccanismo salva statiministro finanze europeoPadoanrome investment forumunione bancaria

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