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Home » Politica » Troppa Europa per gli Stati, troppo poca per il Parlamento: il bilancio divide l’Ue

Troppa Europa per gli Stati, troppo poca per il Parlamento: il bilancio divide l’Ue

Austria, Danimarca, Paesi Bassi chiedono un budget "più snello". Per la Polonia si deve ancora discutere, la Germania vuole condivisione degli oneri. Il Parlamento boccia i tagli a coesione ed agricoltura. Juncker: "investiamo su nuove politiche". Oettinger: "Riduzioni inevitabili, i Paesi non vogliono mettere più soldi"

Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
2 Maggio 2018
in Politica
Il presidente della Commissioen europea, Jean-Claude Juncker (sinistra) e il commissario per il Bilancio, Gunther Oettinger, durante la presenzaione della bozza di budget 2021-2027 in Parlamento europeo.

Il presidente della Commissioen europea, Jean-Claude Juncker (sinistra) e il commissario per il Bilancio, Gunther Oettinger, durante la presenzaione della bozza di budget 2021-2027 in Parlamento europeo.

Bruxelles – Un bilancio per disegnare l’Europa e ridisegnare le sue politiche. “Più di un esercizio contabile”, tiene a sottolineare Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea che inevitabilmente va allo scontro con gli Stati membri. “Un bilancio riflette sempre le ambizioni dell’Ue”, e non c’è dubbio che l’esecutivo comunitario nella proposta di prossimo budget settennale (Mff 2012-2027) intenda chiedere uno sforzo finanziario in più. Bruxelles sa di non poter chiedere tutto ciò che vorrebbe, e chiede meno impegni di quanto vorrebbe il Parlamento. Dinamiche da bilancio che si ripetono.

Ci sono almeno cinque motivi per chiedere alle capitali di mettere sul piatto più di quanto fatto finora. Il commissario per il Bilancio, Gunther Oettinger, li elenca uno per uno. C’è un livello di inflazione più alto, innanzitutto. Inoltre, rispetto al 2013 in Europa “abbiamo la crescita, che è tornata” e rende dunque disponibili più risorse per gli Stati e meno difficile per gli stessi fare economie. In terzo luogo c’è l’uscita del Regno Unito dall’Ue, con “un contributo di bilancio da colmare”. A questo si aggiungono “nuove priorità”, quali gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne, cooperazione strutturata permanente in materia di difesa, lotta al terrorismo. Tutte cose che prima non c’erano. E poi c’è la fine del cosiddetto ‘rebate’, il rimborso riconosciuto ad alcuni Stati membri (Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e, fino al 2016, Austria).

Juncker ritiene la proposta adottata all’unanimità dal collegio dei commissari “equilibrata e realista”, ma le reazioni di alcune capitali sconfessano il lussemburghese. Austria, Danimarca e Paesi Bassi considerano senza mezzi termini “inaccetabile” quanto presentato dal team Juncker. Tutti sono convinti che con la Brexit serva una bilancio “più snello”. Vuol dire meno Europa. Una posizione che stride con la richiesta di maggiori ambizioni avanzata da Juncker. Varsavia sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda di quanti criticano. Per la Polonia le idee della Commissione sono nulla di più che “un punto di partenza”, che richiederà “un lungo confronto”.

La Commissione confida nella capacità guida della Germania. Se Berlino saprà convincere tutti gli altri a fare di più, allora si potranno alimentare (e finanziare) le aspirazioni comunitarie, peraltro sostenute in parte. Juncker né si nasconde né lo nasconde. “Se dovessimo garantire un bilancio che risponda per intero a tutte le sfide che abbiamo di fronte, allora dovremmo presentare un quadro finanziario pluriennale che richiederebbe agli Stati un contributo pari al 2% del Reddito nazionale lordo”. Si chiede uno sforzo dell’1,11%.

Sulle questioni di bilancio la Germania vuole la condivisione degli oneri. La proposta della Commissione Ue comporterebbe “un notevole aggravio” degli oneri della Germania, fanno sapere i ministri delle Finanze (Olaf Scholz) e degli Esteri (Heiko Maas) della repubblica federale. “Già con un bilancio Ue pari all’1 % di Rnl la Germania dal 2021 dovrebbe versare in media fino a 10 miliardi di euro in più l’anno. Siamo pronti ad assumere maggiore responsabilità per un rafforzamento dell’Unione europea, ma ciò deve includere un’equa ripartizione degli oneri fra tutti gli Stati membri”. Le alternative non sono molte: o tutti si sacrificano per l’Ue, o tutti sacrificano l’Ue.

La Commissione necessita che tutti i governi siano d’accordo, ma in Parlamento bastano altri numeri. “Serve l’unanimità del Consiglio, ma in Parlamento serve la maggioranza”. Oettinger di fatto chiede all’Eurocamera di sostenere la proposta di Mff così da mettere sotto pressione gli Stati. Ma al netto di approvazioni generali di principio, tra i gruppi i mal di pancia non mancano. Si mette sul piatto poco (il Parlamento chiedeva contributi agli Stati pari all’1,3% del Rnl), e si taglia troppo in coesione e agricoltura. Sono questi i rilievi, per parte socialista, degli italiani Daniele Viotti e Paolo De Castro, e del tedesco Jens Geier.

Nel complesso per i socialisti europei la proposta della Commissione “non è abbastanza”, e lo stesso vale per i Verdi, secondo cui “Oettinger non ha fatto un lavoro così malvagio”. I greens però di più da un punto di vista di sostenibilità. Apprezzamenti arrivano dai popolari (giuste, secondo il capogruppo Ppe Manfred Weber, le priorità da finanziare) e dai liberali (l’Alde apprezza la condizionalità dei fondi al rispetto dei valore fondamentali dell’Ue e l’aumento di risorse per Erasmus). Poco, per poter dire di aver trovato una quadra. Il compromesso in Parlamento è certamente più alla portata, ma andrà trovato.

Dai banchi dell’Efdd risuonano le critiche di Laura Agea. “I tagli alla politica di coesione del 7% sono inaccettabili”, tuona la capodelegazione del Movimento 5 Stelle in Parlamento europeo. I pentastellati potrebbero ritrovarsi a breve al governo, con un Paese in più in seno al Consiglio pronto a bocciare alcune delle richieste dell’esecutivo comunitario.

Oettinger respinge le accuse, e spiega. “Sappiamo che ci sono Stati che non vorrebbero tagli alla politica agricola comune, ma sappiamo anche che gli Stati non vogliono mettere più risorse sul piatto”. Il commissario per l’Agricoltura, Phil Hogan, cerca di rassicurare i partner che più di altri hanno bisogno di questi fondi. “Non saranno previste riduzioni ai pagamenti diretti per Romania, Slovacchia e Portogallo”, dice, e per i pagamenti diretti della Bulgaria la riduzione “è meno dell’1%”.

Alternative, del resto non ce ne sono. Ci sono ragioni contabili: non si può fare tutto, senza avere i soldi. A questo si aggiungono scelte politiche. “Tagliamo politiche vecchie, finanziamo politiche nuove”, sintetizza Juncker. Questi sostiene di averne discusso già con i capi di Stato e di governo dell’Ue nei giorni scorsi. A quanto pare, senza convincerli del tutto.

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