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Home » Cultura » Dino Campana, quando migrare è uno sfogo che deriva dalla follia

Dino Campana, quando migrare è uno sfogo che deriva dalla follia

Il poeta toscano ha scritto questi versi in manicomio

Veronica Di Norcia</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@Veronicadin" target="_blank">@Veronicadin</a> di Veronica Di Norcia @Veronicadin
24 Ottobre 2017
in Cultura
Dino Campana, Canti Orifici

Dino Campana, Canti Orifici

Continua il viaggio Migrazioni in poesia Eunews con un passo dei “Canti Orifici” di Dino Campana (1885 – 1932). Campana è un poeta toscano morto in manicomio a 47 anni. Il poeta soffriva di una particolare forma di schizofrenia che lo portò a condurre una vita errabonda per il mondo, lontano dalla madre da cui si sentiva disprezzato, e dal padre che avrebbe voluto fargli completare gli studi all’università di Chimica di Bologna. Campana nei suoi viaggi era stato molto a contatto con i ‘bassifondi’, arrivando a suonare il piano in un bordello di Bruxelles. Passò anche alcuni periodi in manicomio, ed è in uno di quei momenti che partorì i Canti orifici. I versi parlano di chimere, androgini, prostitute, in atmosfere urbane allucinate e degradate, caratterizzate dalla compresenza di angelico e demoniaco. Non si ispira al decadentismo di D’annunzio, ma ha uno stile tutto suo difficile da etichettare in cui riesce a mettere in poesia gli ultimi.

… poi che nella sorda lotta notturna
La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
Noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
Come ombre d’eroi veleggiavano:
De l’alba non ombre nei puri silenzii
De l’alba
Nei puri pensieri
Non ombre
De l’alba non ombre:
Piangendo: giurando noi fede all’azzurro

. . . . . . . . . . . .

Pare la donna che siede pallida giovine ancora
Sopra dell’erta ultima presso la casa antica:
Avanti a lei incerte si snodano le valli
Verso le solitudini alte de gli orizzonti:
La gentile canuta il cuculo sente a cantare.
E il semplice cuore provato negli anni
A le melodie della terra
Ascolta quieto: le note
Giungon, continue ambigue come in un velo di seta.
Da selve oscure il torrente
Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce
Lambe ed involge aereo cilestrino…
E il cuculo cola più lento due note velate
Nel silenzio azzurrino

. . . . . . . . . . . .

L’aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla: la massa degli scorridori
Si scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti.
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi nelle vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori…
Hanno varcato in lunga teoria:
Nell’ aria non so qual bacchico canto.
Salgono: e dietro a loro il monte introna:
. . . . . .
E si distingue il loro verde canto.

. . . . . . . . . . . .

Andar, de l’acque ai gorghi, per la china
Valle, nel sordo mormorar sfiorato:
Seguire un’ala stanca per la china
Valle che batte e volge: desolato
Andar per valli, in fin che in azzurrina
Serenità, dall’aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All’alterno pensier pare e dispare,
Sovra l’arido sogno, serenato!
O se come il torrente che rovina
E si riposa nell’azzurro eguale,
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale,
Se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace uguale,
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o tu immortale
Anima! o Tu!

. . . . . . . . . . . .

La messe, intesa al misterioso coro
Del vento, in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo delle luci d’oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a mille
Splendono nell’estate i frutti! un coro
Ch’è incantato, è al suo murmure, canoro
Che vive per miriadi di faville!…
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quieta è la messe, verso l’infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che torna, ch’era dipartito…

Tags: Dino Campnanamigrazionipoesia

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